il nebbiolo fiorisce a maggio

28.10.2019

Il romanzo che racconta l'enogastronomia della Valtellina attraverso la voce di un nonno: notizie, storie, curiosità, aneddoti, ricette, passeggiate in bicicletta alla ricerca di sapori perduti... 

Sinossi 


Giorgio, quasi settantenne, ama percorrere in bicicletta strade non frequentate in mezzo ai vigneti, al verde della Valtellina, ascoltando i profumi delle stagioni che cambiano. Ama pedalare nelle contrade, nei vicoli stretti, nei centri storici dei paesi di montagna della sua Valle, anche alla ricerca dei prodotti enogastronomici più autentici, più legati al territorio. Quelli dei piccoli produttori.

Federica ha diciassette anni, è cresciuta, senza padre, nell'albergo di Tirano, gestito dalla madre.  Una mamma indifferente, assente, sempre occupata nel lavoro, lontana dai bisogni della figlia, dai suoi interessi, dal suo desiderio di calore umano, di parlare, di condividere la sua contentezza per un bel voto.

È una bellissima giornata primaverile. Giorgio sta pedalando in montagna, la vibrazione de cellulare nella tasca posteriore della maglietta Stelvio Mapei interrompe il suo lento pedalare tra i boschi della Valgerola: un invito a cena da parte della figlia in un rinomato ristorante vicino a Sondrio.

Da quel momento la vita di Giorgio si trasformerà, le sue abitudini cambieranno, il suo quotidiano vivere in solitudine nella grande casa di Morbegno sarà vivacizzato dalla presenza della nipote Federica. Una convivenza piacevole, lunghi discorsi a tavola, durante e dopo cena, racconti riguardanti l'enogastronomia valtellinese da parte di Giorgio, sogni nel cassetto mai raccontati alla mamma da parte di Federica, ricordi di nonna Domenica, prematuramente scomparsa lasciando Giorgio vedovo.

Per Federica sarà la scoperta del profumo della famiglia, della bellezza di un abbraccio, della dolcezza di un sorriso ma anche il piacere di confidarsi, di raccontare la sua storia d'amore con Samuele.

Prefazione 

Provate a chiedere ad un adolescente valtellinese: "Quando fiorisce il Nebbiolo in Valtellina?"

Vi guarderà stranamente, sicuramente non risponderà e poi vi accorgerete che non solo non sa quando il Nebbiolo apre i suoi fiori, ma nemmeno che pianta sia.

Eppure, la Valtellina è l'area vitata terrazzata di montagna più grande d'Europa con 1250 ettari di vigneto, di cui 850 dedicati alla produzione di vino DOCG, DOC e IGT, dove il vitigno Nebbiolo è il grande protagonista.

Camminando tra i filari, alla fine di maggio, per alcuni giorni è possibile vedere i piccoli fiorellini che in poco tempo lasciano cadere sul terreno le loro corolle bianche.

Questo romanzo è stato scritto per tutti i giovani della nostra valle che non conoscono l'enogastronomia del territorio dove sono nati.

Ho cercato di raccontarla con parole semplici, perché possa essere capita ed apprezzata ma anche poi raccontata ai tanti turisti che frequentano la nostra valle.


1° capitolo: La badante


La vita ti cambia all'improvviso. Quando meno te l'aspetti. Anche a settant'anni, quando pensi che ormai devi solo cercare di vivere tranquillo assaporando le piccole emozioni che la vita ti sta ancora regalando. Quando ti senti vecchio e pensi di non essere più utile a nessuno. Quando guardi con un po' di nostalgia i giovani che iniziano la propria avventura lavorativa e magari pensi che la tua vita poteva essere diversa. E allora rifletti su quell'occasione che hai avuto e che poteva cambiarti la vita, ma non hai voluto prenderla al volo, non hai avuto il coraggio di lasciare, hai preferito la tranquillità della professione di insegnante, la certezza degli affetti familiari. Perché iniziare una vita nuova in Toscana, voleva dire abbandonare il tuo paese, la tua valle che hai sempre amato.

E così l'orto, il giardino, le passeggiate in bicicletta diventano il passatempo preferito, riescono a riempirti le giornate. Puoi godere dei colori dell'autunno, del risveglio della primavera, dei fiumi che scorrono lenti d'estate in mezzo ad alvei selvaggi, delle mani gelate sul manubrio della bicicletta d'inverno sulla strada bagnata dalla neve che si scioglie ai bordi della strada.

Giorgio pedala sulla strada che porta in val Gerola, una bicicletta a pedalata assistita, la sua badante, come scherzosamente dice sempre agli amici quando racconta di paesi di montagna dove con una bici normale non sarebbe mai arrivato.

Sente vibrare il cellulare nella tasca posteriore della maglietta Stelvio Mapei che indossa sempre con orgoglio, ricordo di una domenica sui tortuosi tornanti dello Stelvio, quando era più giovane e non aveva ancora bisogno della "badante."

Si ferma sul ciglio della strada.

"Ciao papà, dove sei?"

"Ciao Silvia, sono a Rasura."

"Sei con Giacomo?"

"No, da solo, questa mattina Giacomo doveva fare le analisi del sangue, ma non preoccuparti, arrivo a Gerola e torno a casa."

"Sei il solito testone, quante volte ti ho detto di non andare in bici da solo?"

"Ok, ma non devi preoccuparti, stai tranquilla, sto benissimo, nessun segno premonitore di un possibile infarto."

"Sì, va bene, ma ti dimentichi sempre che hai settant'anni."

"No, io purtroppo non lo dimentico. Ma hai visto la giornata?"

"Va bene, va bene, tanto fai sempre quello che vuoi. Comunque ti ho chiamato perché ho bisogno di parlarti ... è un discorso un po' lungo ... che ne diresti di una cenetta intima nel tuo ristorante preferito a Montagna?"

"Deve essere un discorso importante. L'ultima volta che mi hai invitato a cena, dopo il buonissimo semifreddo al Braulio, mi hai detto che avevi bisogno di diecimila euro. E poi ho pagato anche il conto."

"No, non ho bisogno di soldi. È una cosa importante. Se preferisci un altro ristorante per me fa lo stesso."

"No, no, va benissimo, ci vediamo lì alle otto."

Giorgio riprende a pedalare. La sua mente vaga. Pensa a sua figlia, quarantacinque anni, una vita difficile, sfortunata. Un matrimonio durato poco, una figlia che non ha conosciuto il padre, morto in un incidente stradale durante la gravidanza della madre. L'albergo di Tirano da gestire, senza il marito, la piccola Federica da crescere.


Un capitolo a caso: Nel caveau


Risalgono sulle biciclette, il fondo della strada è fangoso, richiede pedalate energiche, ma ormai il fumo del rifugio è visibile, un filo di fumo che sembra sporcare il cielo nitido.

Un grande sorriso di Giorgio, una carezza sui capelli raccolti, "siamo arrivati piccola."

All'esterno del rifugio alcuni tavoli sono già apparecchiati, su quello più vicino all'entrata, al posto dei bicchieri e tovaglioli, una distesa di funghi affettati riceve il sole per l'essicazione emanando un profumo intenso. Giorgio guarda, chiude gli occhi e con un lungo respiro a labbra chiuse riempie le narici di quel profumo pieno, vigoroso, piacevole.

Nadia, il gestore del rifugio, si avvicina.

"Ciao professore."

 "Ciao carissima, tutto bene?" Si baciano. "Grande raccolta." Aggiunge guardando i funghi.

"Sì. Tutti questa mattina. Ieri un altro chiletto che ho usato in cucina."

"Quindi oggi polenta, salsiccetta e funghi? Giusto?"

"Certo, tra un quarto d'ora possiamo servire, la polenta è quasi cotta."

"Lei è Federica, la mia nipotina, che a diciassette anni non è mai andata in nessun alpeggio e ovviamente non ha mai visto le vacche al pascolo."

"Piacere Nadia" dice stringendole la mano.

"Lei," continua Giorgio "gestisce questo rifugio con Isidoro e d'estate organizza anche campi estivi per bambini con l'obbiettivo di avvicinare i giovanissimi alla natura delle nostre montagne e far scoprire la cultura contadina alpigiana. E allora toglie il grembiule di cucina e mette quello di educatrice ... e devo dire che è anche molto brava."

"È un lavoro che mi piace molto, poi c'è Flavio, che mi dà una mano. Lui riesce sempre a far diventare il suo lavoro un momento magico per i ragazzini.

Stanno lì in silenzio davanti alla grande caldaia nera, con gli occhi spalancati a guardare la lenta trasformazione del latte fino a quando il lungo corpo di Flavio si piega all'interno della caldaia, la testa scompare e riappare come in un magico gioco vicino a un grosso fagotto. I bambini lo guardano con meraviglia, pronti ad assaggiare quel latte diventato solido... Adesso però devo lasciarvi, la cucina mi aspetta. Intanto potete andare nel caveau. Dovrebbe esserci anche Flavio." Si gira e quasi di corsa entra nel rifugio.

"Caveau?" dice meravigliata Federica.

"Sì, la casera, il locale dove si tengono i formaggi fatti nella stagione. Lei la chiama così, non a torto, se vuoi, lì dentro alla fine della stagione è conservato un capitale."

Gli occhi lentamente si abituano alla semioscurità del locale e Federica dopo alcuni secondi può ammirare un notevole numero di forme perfettamente allineate sulle scalere e sentire il profumo intenso del formaggio che sta maturando.

"Una lunga stagione di lavoro," dice Flavio avvicinandosi "queste sono le prime" continua indicando la scalera più lontana."

"Lui è Flavio, il grande casaro... non solo per l'altezza," lo guarda con un grande sorriso e continua rivolto a Federica, "pensa, ha cominciato qui ancora bambino. Con papà, zio e nonno che da molto tempo caricavano l'alpeggio."

"Già, una bellissima carriera," ride guardando Federica, "a dieci anni cascin per due anni, poi pastore e finalmente a sedici davanti alla grande caldaia di rame piena di latte a mettere in pratica le abilità rubate al casaro che per anni ho visto lavorare, ma anche le conoscenze avute durante un corso per giovani casari organizzato dalla comunità montana di Morbegno. Più di trent'anni in questo alpeggio a continuare la storia della famiglia tra le vacche e le capre."

"E cosa è cambiato in questi trent'anni?" chiede Federica.

"Cosa è cambiato? Direi poco, quasi niente, la caldaia è ancora quella, il fumo esce sempre dalla piccola finestra e dalla porta, gli strumenti della lavorazione del latte sono ancora quelli che usava mio nonno. Come allora il latte viene lavorato appena munto, riscaldato bruciando la legna. Alcune differenze però ci sono, il calècc non c'è più, il personale è diminuito, la mungitura non si fa più a mano, la salatura si fa in salamoia...

"Cosa vuol dire?"

Flavio indica una vasca in acciaio in un angolo, dove due forme di bitto sono immerse in un liquido. 

"Vedi," dice "questa è la salamoia, acqua e sale. Qui le forme rimangono per quarantotto ore, poi vengono tolte. Quando la salatura si faceva a mano il lavoro era più lungo, il sale veniva distribuito sulle facce e sullo scalzo del formaggio, ad intervalli di 3 giorni per 2 o 3 settimane, Era un lavoro lungo, preciso, occorreva dosare bene il sale per evitare un sapore troppo salato o la crosta troppo dura

."Hai anche detto che non c'è più il ca... Come l'hai chiamato?" 

"Calècc, casa e letto, era ..." ma Giorgio interrompe: "Te lo spiego dopo, adesso andiamo a tavola che la polenta ci aspetta."

"Buon appetito" li saluta Flavio mentre rimette il suo inseparabile cappellino e inizia a girare alcuni formaggi appoggiati sulle scalere.

Il romanzo è già in vendita in tutte le principali librerie della provincia di Sondrio a € 12,00

E' possibile riceverlo anche per posta-contrassegno a €15.00 richiedendolo a renato.ciaponi@gmail.com