I negozi di vicinato, una ricchezza da valorizzare

03.12.2017

La recente lettera del Presidente della Provincia di Sondrio ai sindaci sul problema del commercio riapre un'importante discussione sul futuro commerciale valtellinese ed in particolare sui piccoli negozi di paese oggi chiamati "esercizi di vicinato" per meglio sottolineare l'importante aspetto sociale che svolgono: vicino ai cittadini... vicino alle persone anziane.

La fotografia del commercio in provincia mostra purtroppo un continuo proliferare di attività sul fondo valle, nuove richieste di insediamenti e la lenta chiusura delle poche piccole attività ancora  presenti  nei vari paesi.

Poi c'è Il commercio in rete che vede Sondrio prima provincia per acquisti on line, 63 ordini per 100 abitanti contro i 26 di Bolzano, i 36,4 di Lecco o i 42,8 di Bergamo.  Questo indice viene utilizzato anche per determinare la classifica della qualità della vita delle varie città d'Italia dimenticando che in un paese di montagna la qualità della vita si misura con la possibilità data agli abitanti, soprattutto anziani, di poter trovare nel proprio paese i beni di consumo più importanti senza dovere recarsi in negozi  lontani o acquistarli in rete.

Un tempo i negozi di vicinato erano presenti quasi capillarmente su tutto il territorio provinciale, ma negli anni settanta i nuovi modelli commerciali delle grandi città arrivano anche in Valtellina portando i primi supermercati a Talamona, a Castione, a Rogolo.

Il consumatore valtellinese modifica rapidamente le proprie abitudini, abbandona il rito della spesa quotidiana nella bottega vicina a casa ed accetta con piacere il fare i propri acquisti settimanali all'interno di una grande area dove si trova tutto, dove i prezzi sono più bassi, dove è possibile scegliere tra una notevole quantità di referenze merceologiche. Si abitua velocemente a muoversi fra gli scaffali colorati spingendo un carrello e riempiendolo di prodotti alimentari non accorgendosi che questo nuovo sistema di vendita nasconde la necessità consumistica di proporre prodotti nuovi, di cui il consumatore forse non sempre ha necessità.

Le amministrazioni approvano nuove arre commerciali, permettono nuovi insediamenti in cambio di oneri di urbanizzazione e soprattutto di posti di lavoro. Scelte corrette, dettate anche da una evoluzione commerciale che non si poteva fermare.

E così lungo la statale 38 le nuove attività commerciali iniziano a proliferare. Arrivano le grandi superfici dedicate al non alimentare: abbigliamento, calzature, il fai fa te. Un nuovo luna park di modelli, colori, di marche famose, dove ci si muove, osservando, scegliendo, toccando, provando e ovviamente acquistando.

La creazione di nuovi posti di lavoro soffoca, in quegli anni, quella moderata protesta da parte dei commercianti che vedono in questi nuovi centri commerciali la logica chiusura delle loro attività.

 Inizia  così una lenta chiusura dei  negozi di abbigliamento e di calzature nei piccoli o medi paesi, meno accentuata nei grossi centri e nei paesi turistici dove le varie ristrutturazioni, la valorizzazione dei prodotti attraverso eleganti vetrine, la specializzazione, la presenza dell'attività all'interno di aree pedonabili dedicate al commercio, permettono la sopravvivenza dei negozi, soprattutto di quelli più storici, gestiti da esperienze familiari consolidate, con una clientela affezionata.

Storia diversa per i negozi alimentari, quelli più importanti nel contesto sociale di un paese.  A fronte di un numero elevato di negozi che abbassano le saracinesche, altri, con investimenti cospicui, tentano la sopravvivenza. Aumentano le superfici, riorganizzano il negozio con mini self service, si associano a importanti i gruppi di acquisto specializzati che permettono un abbassamento dei prezzi.

Puntando sulla qualità, sulla cortesia, riescono a creare un equilibrio sostenibile economicamente tra supermercati e negozi di vicinato. La consegna a domicilio, la vendita a credito, sono poi altri servizi che il piccolo negozio, pur affrontando costi di gestione maggiori non sempre compensati dai prezzi leggermente più alti rispetto ai supermercati, riesce ad offrire al consumatore svolgendo e completando una precisa funzione sociale spesso forse non opportunamente considerata dai cittadini e dagli amministratori.

Oggi questi negozi di vicinato ancora presenti sul territorio resistono pur producendo redditi molto bassi. L'impegno di chi lavora, quasi sempre componenti della stessa famiglia, non è ricompensato da un reddito adeguato. Spesso si continua perché è difficile chiudere, perché non ci sono alternative di lavoro, perché mancano pochi anni alla pensione.

Eppure sono un riferimento preciso dal punto di vista sociale nel contesto commerciale del paese. Gli anziani, le casalinghe che non hanno auto, i bambini, tutte le persone che non hanno la possibilità di recarsi nei supermercati dislocati lungo la statale 38 riescono così ancora a trovare nel proprio paese un negozio.

Spesso, sono anche mete dei turisti che cercano il contatto diretto con il commerciante, testimonianze di vita di montagna e nei piccoli banchi di vendita trovano la tipicità più autentica meno conosciuta,

Appare evidente che la funzione sociale del negozio di vicinato deve essere sostenuta dagli amministratori locali che devono trovare interventi specifici che tentino di salvare la situazione attuale e magari promuovere l'apertura di nuovi esercizi. Allora ben venga la lettera del Presidente della Provincia ai sindaci valtellinesi, ben venga la consapevolezza di tutti della necessità di non permettere ulteriori aperture di attività commerciali.  Ma ben vengano anche scelte coraggiose da parte delle amministrazione comunali, come l'esenzione dal pagamento delle tasse sui rifiuti e dell' IMU, l'utilizzazione come fornitori  delle mense scolastiche, la creazione di iniziative che possano convincere i cittadini a sostenerli, la promozione a livello regionale e nazionale di iniziative che consentano una contabilità semplificata e una riduzione delle imposte statali.