
Quando il pascolo ti viene incontro: il rito della transumanza in un docufilm
«Ricordare la pratica della transumanza e dell'alpeggio vuole essere un riconoscimento a quei pastori e ai loro animali che, con ostinazione e sapienza, perpetuano un sapere originato nella notte dei tempi».
Si apre così il docufilm "I cento giorni", presentato a Morbegno durante Alpes' Festival 2025 davanti a un pubblico numerosissimo. Una testimonianza filmica preziosa, perché racconta un rito antico che nelle nostre valli non si è mai spento: la transumanza.

Siamo tra Valgerola e Valvarrone, lungo uno dei percorsi più lunghi e difficili, per seguire la transumanza della famiglia Colli: una scelta dettata dalla forza scenografica del tragitto, dalla sua energia visiva e narrativa. Ma non è un'eccezione "da cinema". Anche altre aziende continuano a spostarsi a piedi per chilometri, guidando il bestiame lungo i sentieri.
È una storia di uomini e animali. Un lungo viaggio verso una valle, passando per una bocchetta a 2000 metri raggiungibile in un solo modo: camminando. Il tutto per produrre un formaggio unico e identitario: il Bitto. Un rito che affonda le radici nei millenni, da quando antiche popolazioni celtiche, spinte verso le valli alpine, iniziarono a cercare i pascoli migliori attraverso lo spostamento continuo delle mandrie. E da quel "perenne", continuo, come il cammino dell'alpeggio che ogni anno ricomincia, sarebbe nato anche il nome: bitu, "perenne" in celtico.
Ma torniamo al film. La regia, precisa ed essenziale, come la vita dei pastori in alpeggio, è firmata da Carlo Limonta; il testo, attento e rispettoso della realtà pastorale, è di Roberto Bonati, residente in Valsassina e profondo conoscitore degli alpeggi, in particolare quelli della Valvarrone.

Carlo e Roberto avevano già stupito con un breve documentario girato nell'estate 2017, Gavarot (dal soprannome della famiglia Colli, che da anni "carica" l'alpeggio): un lavoro premiato e visibile anche su YouTube.
Due pellicole, però, molto diverse.
In "Gavarot" i protagonisti erano soprattutto i pastori, il casaro, la lavorazione del Bitto, la fatica quotidiana.
In "I cento giorni", invece, i protagonisti diventano gli animali. Vacche e capre avanzano lungo sentieri impervi e sassosi, attraversano la Bocchetta di Trona, poi scendono ancora, su un tracciato reso fangoso dalla neve appena sciolta. Finché, a un certo punto, succede qualcosa di sorprendente e istintivo: riconoscono il loro pascolo preferito. E allora accelerano, corrono, come se sapessero esattamente dove andare, per raggiungere quell'erba particolare che le aspetta ogni anno.

Le vacche e le capre diventano davvero personaggi: con la fatica di un viaggio lungo e difficile, ma anche con il piacere della libertà, di respirare l'aria fresca, di bere l'acqua pura della sorgente, di scaldarsi al sole. Spesso le vediamo in primo piano, mentre i pastori restano dietro, a controllare il passo lento dei grandi animali sugli stretti sentieri. Zampe e scarponi si mescolano: un connubio semplice, quasi poetico.
A dare ritmo alle immagini arrivano due voci narranti: quella di una mucca e quella di un bambino. «Tina, una Bruna di sette anni, è sempre stata un punto fermo nella sceneggiatura», mi spiega Roberto. «Volevamo che la voce del pastore fosse adulta. Poi, per dare impulso e speranza, abbiamo pensato a un bambino: Marco, un ragazzino sveglio che fa anche teatro in una compagnia di paese. La freschezza e l'immediatezza di un bambino che racconta un'antica tradizione».

Marco, nel film precedente, era ancora piccolo: lo ricordo mentre si muove timido tra le vacche e prova a mungere. Qui lo ritroviamo cresciuto, con un linguaggio da "pastore adulto", sicuramente maturato grazie alle sette estati vissute in alpeggio.
«Ho undici anni, ancora qualche giorno di scuola e poi vacanze. Vacanze, per me, vuol dire alpeggio, come l'anno scorso, e l'anno prima, e l'anno prima ancora. Tre mesi come cascin in Valvarrone, con mio papà Daniele, capo pastore, con lo zio Enrico, casaro, mia mamma e tutti gli aiutanti». Così inizia la sua narrazione: una permanenza raccontata con naturalezza, come fosse la cosa più normale del mondo.
E infatti Marco lo vediamo fare: svuotare con attenzione il latte dal secchio nel brentel, senza perdere una goccia, portarlo al calecc per la lavorazione, davanti alla grande caldaia di rame, chiamare le vacche con voce potente, «vèn ducà, vèn ducà, vèn ducà!», lasciando che l'eco rimbalzi da una roccia all'altra.
E poi c'è la Tina, la càp viacc, che riporta alla mente la "vocina" del Marco bambino quando camminava in mezzo alle vacche chiamando il papà. Nella narrazione, Marco la descrive come un animale sensibile: "le càp viacc si sentono addosso il peso e la responsabilità di guidare la carovana."

Le immagini seguono il percorso di andata e ritorno: circa 10 chilometri in due giorni all'andata e 24 chilometri al ritorno. Giornate durante le quali, però, il ritmo della monticazione non si può fermare. Ci sono la mungitura, la lavorazione del latte, il cibo da preparare per i pastori, il riposo da garantire alle vacche. Un lavoro lungo e faticoso che la camera del regista restituisce senza retorica, ma con rispetto.
«Il film è il risultato di due transumanze», mi dice Carlo. «Una nel 2022 e una nel 2025, perché dopo il primo anno, per arricchire e completare la narrazione, abbiamo preferito aggiungere momenti di vita alpestre che non eravamo riusciti a riprendere. Una decina di giorni di riprese in tutto, anche sotto la pioggia».
E qui sta una delle scelte più forti del film: non nascondere la durezza. Le riprese della mungitura all'alba, a fine agosto, quando le giornate si accorciano e si lavora ancora al buio con il frontalino. Oppure quella sequenza, potentissima, della mungitura durante il temporale: freddo, acqua gelida, grandine. Pastori e animali inzuppati, mani irrigidite che mungono con difficoltà. «Casuale o cercata?» chiedo. «Assolutamente voluta», risponde. «Guardando le previsioni abbiamo scelto un giorno particolarmente piovoso. Un grande ombrellone e via: volevamo far vedere la fatica vera, la sofferenza, senza filtri».
Poi i cento giorni passano. L'erba perde forza, le temperature scendono. Si torna in stalla.

Questa volta il viaggio è più lungo: tutto a piedi, senza l'aiuto dei carri bestiame (all'andata gli animali erano stati trasportati con il carro bestiame fino a Laveggiolo). Tina è ancora davanti. Attraversano la Valgerola, passano in mezzo ai paesi, su strade asfaltate: ai bordi, persone che si fermano, osservano, riprendono con il cellulare un evento che appartiene alla nostra storia e alla nostra cultura contadina.
Tina si guarda intorno. Forse si sente osservata, forse, chissà, si sente persino importante. E mentre la macchina da presa inquadra in lontananza la stalla di Delebio, viene spontaneo chiedersi: è contenta di tornare in stalla? O ha già nostalgia di quel pascolo che, ogni anno, sembra chiamarla per nome?
pubblicato su " la provincia di Sondrio e Lecco" del 3 ennaio 2026