Canapa, il filo della memoria valtellinese

01.09.2026

Un tempo, nel mese di agosto, girando per i paesi della provincia di Sondrio era facilissimo vedere alte piante erbacee, con una folta vegetazione e un'infiorescenza apicale che emanava un odore intenso, percepibile anche a grande distanza.

Erano i tanti piccoli appezzamenti di canapa che le donne valtellinesi coltivavano per ricavarne i filati necessari alla famiglia.

Difficile stabilire quanta canapa si coltivasse un tempo in provincia di Sondrio.

Le statistiche ufficiali dell'Istituto Centrale di Statistica registrano per la provincia di Sondrio, nel 1936, 1937 e 1938, appena due ettari di canapa, con una produzione di circa 10 quintali di fibra all'anno. Numeri che sembrano difficilmente conciliabili con una coltivazione ricordata come diffusa in molti paesi. Nel periodo 1943-1946, poi, la canapa non compare più tra le superfici coltivate registrate per la provincia di Sondrio.

Le testimonianze raccolte raccontano però di persone che, bambini negli anni quaranta/cinquanta, ricordano ancora una notevole presenza di quelle alte piante nei campi e, soprattutto, il loro odore intenso e caratteristico, rimasto impresso nella memoria a distanza di oltre ottant'anni.

 foto 1 :    asce di canapa
foto 1 : asce di canapa

Anche alcune fonti locali sembrano dare ragione a questi ricordi. A Filorera, in Val Masino, la produzione di canapa sarebbe proseguita addirittura fino all'inizio degli anni Sessanta. In altri paesi la coltivazione doveva essere ormai residuale, confinata a piccoli campi familiari e destinata a scomparire silenziosamente con l'arrivo delle nuove fibre, dei tessuti industriali e con il cambiamento delle abitudini di vita.

Una pagina della nostra storia, dunque. Un altro lavoro che, tra i tanti, ha coinvolto soprattutto le nostre donne, le nostre antenate.

La canapa raggiungeva in poco tempo, circa 150 giorni, anche i tre metri di altezza, con uno stelo grosso come un pollice. Le piante maschili erano più alte e sottili e davano una fibra più fine; quelle femminili erano generalmente più basse e robuste. La raccolta avveniva per estirpazione, alla fine di luglio. Le piante femminili venivano lasciate nei campi alcuni giorni in più per permettere una maggiore maturazione dei semi.

L'estirpazione non era particolarmente faticosa perché l'apparato radicale era piuttosto superficiale. Bisognava però fare attenzione ai semi: le donne capovolgevano la pianta e con l'altra mano sfilavano le sommità, facendo cadere i semi sopra un telo per conservarli e utilizzarli nella semina dell'anno successivo.

Le piante venivano poi legate in covoni, fatte essiccare e portate nei luoghi destinati alla macerazione, che poteva durare anche una quindicina di giorni. Si utilizzavano corsi o raccolte d'acqua, ma anche acque stagnanti o apposite cisterne. La macerazione produceva un odore particolarmente sgradevole, tanto che alcuni statuti comunali stabilivano che dovesse essere effettuata lontano dalle abitazioni.

  foto 2 :    la sfràia
foto 2 : la sfràia

Dopo una nuova essiccazione iniziava la vera e propria lavorazione della fibra, con la battitura necessaria a separarla dalla parte legnosa. Si passava poi alla sfràia, un rudimentale attrezzo di legno a forma di cavalletto, dotato di una parte mobile che veniva sollevata e abbassata con forza, sbriciolando progressivamente la parte legnosa e liberando le fibre.

Seguiva la pettinatura con lo spinasc (pettine di chiodi), un asse lungo circa un metro e largo 25 centimetri, dal quale sporgevano numerosi chiodi. Si utilizzava stando seduti, tenendolo fermo con un piede e con una mano, mentre con l'altra si faceva passare più volte la fibra tra i chiodi per eliminare le ultime impurità.

 foto 3 :  spinasc
foto 3 : spinasc

Le fibre più lunghe e più belle rimanevano nelle mani delle donne, mentre la stoppa e quelle di qualità inferiore cadevano a terra e venivano utilizzate per i pelors o per i paion. Era molto difficile filare questi scarti perché le fibre erano corte e ingarbugliate e servivano mani esperte. Ma quelle mani si trovavano sempre, perché nella nostra cultura contadina non si doveva, e soprattutto non si poteva, buttare niente.

Il lavoro proseguiva con un altro attrezzo molto semplice ma ingegnoso, nato dall'intelligenza artigianale dei nostri avi: lo spadulèèr, un asse di legno largo circa 40 centimetri e alto un metro e mezzo, collocato verticalmente e con la sommità concava. Nell'incavo veniva appoggiata la canapa, trattenuta dietro l'asse con una mano, lasciando ricadere sul davanti i filamenti.

Con l'altra mano si vibravano ripetuti colpi con la spadula, per rendere la fibra sempre più liscia e fluente, pronta per la filatura. Era un'operazione che spesso veniva svolta nelle stalle, durante le lunghe veglie serali. Si utilizzava poi il carel e si ricavavano i gomitoli da portare alle tessitrici, che realizzavano per le famiglie della comunità i tessuti necessari alla vita quotidiana.

Un'altra storia fatta di pazienza, abilità e del lungo lavoro delle nostre donne.

 foto 4 : spadulèèr
foto 4 : spadulèèr

Erano gli anni in cui l'Italia era tra i maggiori produttori mondiali di canapa. Nel 1940 dedicava a questa coltura circa 90 mila ettari del proprio territorio. Una superficie destinata a diminuire progressivamente nei decenni successivi, fino a raggiungere il minimo storico di circa 400 ettari nel 2013. Negli anni seguenti si è assistito a una ripresa, favorita anche dalla legge 242 del 2016, nata con l'obiettivo di promuovere la coltivazione e la filiera agroindustriale della canapa.

Anche in provincia di Sondrio si sono così ricominciati a vedere alcuni campi di canapa. Non più, naturalmente, per produrre i filati destinati all'uso familiare, ma nell'ambito di una nuova filiera agricola interessata ai diversi possibili impieghi della pianta: dalla fibra ai semi, dall'edilizia ai materiali innovativi.

Negli ultimi anni, però, il quadro normativo italiano è nuovamente cambiato. 

Con il decreto-legge 48 del 2025, successivamente convertito nella legge 80/2025, sono state introdotte forti restrizioni riguardanti le infiorescenze della canapa e i prodotti che le contengono, compresi estratti, resine e oli, fatta salva la lavorazione finalizzata alla produzione agricola dei semi.

Ma al di là di questi aspetti, che dovranno trovare un quadro normativo sempre più chiaro, rimangono numerosi gli impieghi industriali e agricoli consentiti di questa antichissima pianta. 

La canapa può trovare spazio, ad esempio, nella produzione di fibre e materiali per la bioedilizia, come isolante termico e acustico, nella produzione di biomateriali e in altre applicazioni legate all'economia circolare.  

Interessante è anche il suo ruolo agronomico e ambientale: è una coltura a rapido accrescimento, capace di produrre in pochi mesi una notevole quantità di biomassa e oggetto di studi anche per il possibile impiego nella fitodepurazione di terreni contaminati da alcuni metalli pesanti.

Una pianta, dunque, estremamente versatile che, nel rispetto delle normative vigenti, potrebbe rappresentare anche un'opportunità per recuperare terreni abbandonati, diversificare le produzioni agricole e creare nuove filiere sostenibili.

E se un giorno questa coltura troverà un quadro normativo stabile e chiaro, potrà forse tornare a essere non soltanto il ricordo di un mondo contadino ormai scomparso, ma anche una concreta opportunità per l'agricoltura del futuro.

Note:

- le foto 1,2,3,4, sono tratte da "La storia della canapa sativa in Valtellina  nella lavorazione arcaica in Sacco e Valgerola" di  Serafino Vaninetti,  edito dal Museo Vanserafmolino del dosso -Valgerola (SO)

- l'antico telaio, e i relativi prodotti  delle foto 7,8,9,10,11 sono di proprietà di Alda Vaninetti  erede di Serafino.

- la foto 8 di SIlvana Cerasa  rappresenta un vecchissimo filarello con un importante accessorio: piccolo recipiente in legno x contenere grasso animale.serviva x ungere fibre di canapa e mani in modo da facilitarne lo scorrimento durante la filatura. Ovviamdnte si poteva usare anche per la lana.

- la nomenclatura dialettale è riferita alla  Val Gerola.

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