tre giovani riportano la segale in Valfurva
Sono a Teregua, piccola frazione della Valfurva, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio. Davanti a me ondeggia un piccolo campo di segale ormai pronto per la mietitura. Ad aspettarmi ci sono Nicole, Mirko e Andrea. Hanno dai 25 ai 35 anni, studi universitari alle spalle e professioni diverse, ma una passione li accomuna: riportare la coltivazione della segale in una valle dove, fino agli anni sessanta, ogni famiglia possedeva almeno un piccolo appezzamento destinato a questo cereale.

Oggi quei campi sono quasi tutti prati oppure boschi. L'idea di tornare a seminare segale potrebbe sembrare una semplice nostalgia del passato. In realtà è molto di più.
«Per me significa ricordare il lavoro dei miei nonni», racconta Nicole, 31 anni, laureata in gestione alberghiera in Svizzera e oggi impegnata nella gestione degli appartamenti di famiglia.
Qualche anno fa aveva visto alcune coltivazioni sperimentali a Bormio. La curiosità si è trasformata in passione.
«Ho deciso di arare un piccolo campo che apparteneva a mio nonno e di ripercorrere, nel mio piccolo, tutte le operazioni che i nostri antenati hanno svolto per secoli.»
Così sono tornati la semina autunnale, la sarchiatura, la mietitura con la falce, la formazione dei covoni, l'essiccazione, la battitura e infine la macinazione. Tutto rigorosamente a mano.
«Volevo capire come si coltivava davvero la segale, verificare come questa coltura si comporta oggi con il cambiamento climatico e, soprattutto, ottenere una farina biologica prodotta interamente nel mio paese.»
«La sperimentazione è riuscita?» domando.
Risponde Mirco, 35 anni, ex atleta olimpico nello sci di fondo ai Giochi 2018 e oggi allenatore della squadra dei Carabinieri nello sci alpinismo.

«Direi proprio di sì. Siamo partiti in cinque giovanI. oltre noi tre una coppia giovane, Erika e Federico. Abbiamo superato la fase della curiosità e dello studio. Il nostro punto di riferimento è stato il volume La segale. Dai campi al mulino, dalla farina al pane di Maria Sara Compagnoni e Ilde Bonetti Testorelli, che ci ha permesso di ricostruire fedelmente tutte le tecniche tradizionali.»
Oggi, racconta, sapiamo che la coltivazione è possibile.
«Abbiamo dimostrato che la segale cresce bene anche qui. Certo, per passare da una produzione familiare a una piccola attività economica servirebbero alcune macchine di dimensioni ridotte, soprattutto per la mietitura e la trebbiatura. Ma fare tutto a mano ci ha permesso di riscoprire gesti, conoscenze e tradizioni che stavano scomparendo.»
La loro esperienza ha anche un altro grande valore: la scelta della semente.
Mirco racconta infatti di aver conosciuto l'esperienza di Riccardo Colturi, di Valdisotto, che da anni coltiva e tutela una varietà locale chiamata "Seghel de li Presura", una popolazione di segale conservata dalla famiglia Piccagnoni per oltre un secolo.
Di generazione in generazione la famiglia ha custodito il seme, rispettando una semplice regola: ogni anno conservarne una parte per la semina successiva, senza interrompere mai la continuità della coltivazione.
Un patrimonio genetico preziosissimo.

Le moderne varietà commerciali sono selezionate soprattutto per aumentare le produzioni. Le popolazioni locali, invece, rappresentano il risultato di secoli di adattamento naturale al territorio, al clima, ai terreni e alle malattie presenti in quella determinata valle.
Utilizzare una semente autoctona significa quindi conservare non solo una varietà agricola, ma anche una parte della storia della montagna.
«Riccardo ci ha regalato alcuni chili di questa semente e abbiamo iniziato a coltivarla anche qui. Abbiamo già osservato alcune differenze rispetto alla coltivazione di Teglio: le piante sono leggermente più basse e la produzione è inferiore, ma la segale si adatta perfettamente al clima della Valfurva.»
Andrea è il più giovane del gruppo.
Laurea magistrale in Scienze agrarie, sta svolgendo un dottorato di ricerca all'Università di Pavia dedicato alle varietà tradizionali di mais.
Con lui si parla inevitabilmente di numeri.
Oggi, complessivamente, i tre giovani coltivano circa mille metri quadrati di segale, ottenendo poco più di un quintale di granella.
Una produzione destinata quasi interamente al consumo familiare.
Una parte viene utilizzata durante la Sagra della Segale organizzata a Sant Antonio Valfurva presso il museo Vallivo, un'altra viene confezionata in piccoli sacchetti da proporre nei mercatini locali, sia come granella per preparare zuppe sia come farina per pane e biscotti.
Non manca neppure l'attività didattica.

«Nelle scuole facciamo vedere ai bambini le spighe, i chicchi e la farina. Toccare con mano questi prodotti aiuta a capire che la segale non appartiene soltanto ai libri di storia: si può ancora coltivare.».
Andrea mi mostra anche alcuni dati storici ricavati dallo stesso volume.
Nel 1918, in Valfurva, vivevano 247 famiglie, 1220 abitanti.
I campi coltivati a segale erano 103 e occupavano circa 33 ettari.
La produzione raggiungeva i 732 quintali di granella.
Ogni famiglia disponeva mediamente di circa 1.300 metri quadrati coltivati a segale e ogni abitante aveva a disposizione circa 60 chilogrammi di granella all'anno, pari a circa 160 grammi al giorno.
Numeri che raccontano quanto questo cereale fosse fondamentale nell'alimentazione quotidiana di una popolazione che consumava pochissime proteine animali.
Prima di salutarci Andrea mi mostra due piccoli sacchetti.
Uno contiene la farina, l'altro la granella.

Due prodotti semplici che potrebbero trovare spazio nella ristorazione locale.
Una zuppa di segale, un pane preparato con farine locali, biscotti realizzati con una materia prima coltivata a poche centinaia di metri dal ristorante non rappresentano soltanto una proposta gastronomica.
Raccontano una storia.
Quella di un seme conservato per oltre cent'anni, di una coltivazione eseguita ancora a mano e di un territorio che cerca nuove forme di valorizzazione.
Il loro valore non dipende soltanto dalla qualità del prodotto, ma anche dall'identità che riescono a trasmettere.
Naturalmente le difficoltà non mancano.
La più grande ha quattro zampe. I cervi.
Negli ultimi decenni la loro popolazione è cresciuta notevolmente in molte vallate alpine. Per la biodiversità del bosco rappresentano una presenza importante, ma per l'agricoltura di montagna costituiscono un problema sempre più serio.
La segale germoglia molto presto, appena scompare la neve, e produce una vegetazione tenera e ricca di nutrienti, tra le prime disponibili in primavera. Proprio per questo diventa uno degli alimenti preferiti dei cervi, che possono compromettere un'intera coltivazione in una notte.
Proteggere piccoli appezzamenti richiederebbe recinzioni efficaci, con costi spesso superiori al valore economico del raccolto. Inoltre, disseminare la montagna di reti e barriere rischierebbe di alterare anche il paesaggio, uno degli elementi che rende unica la Valfurva.
È una sfida complessa, che richiederà un equilibrio tra tutela della fauna selvatica e salvaguardia dell'agricoltura tradizionale.
Mentre lascio il campo penso che, forse, il risultato più importante non sia il quintale di segale raccolto.
Il vero raccolto sono questi tre ragazzi.
Hanno studiato, hanno scelto professioni moderne e potrebbero guardare esclusivamente al futuro. Invece hanno deciso di voltarsi anche indietro, recuperando conoscenze, sementi e gesti antichi.
Perché una montagna che perde le proprie coltivazioni perde anche una parte della propria identità.
E forse il futuro della montagna non passa soltanto attraverso nuove tecnologie, ma anche dalla capacità di dare un valore economico e culturale a ciò che le generazioni precedenti avevano costruito nei secoli. Una piccola spiga di segale può sembrare poca cosa, ma può diventare il simbolo di un territorio che riscopre le proprie radici e prova a trasformarle in opportunità per il domani.
